Vittorio Sgarbi
Quella di Mauro Grumo è una pittura fatta di luce, di colore, di passione, di segno. È un trionfo di energia e di pulsione vitale, un omaggio non solo alla vitalità e voracità della sua terra natale, coi paesaggi delle Murge infuocati di luce e di colore (quei paesaggi, come li ha voluti descrivere Raffaele De Grada, che paiono “spuntati da un dio infernale, coi grumi di terra e gli arbusti che non riescono a trovare la felicità dell’atmosfera”), ma anche alla vitalità e alla ricchezza cromatica della pittura, della sua storia, del suo lungo e accidentato percorso nel corso del travagliato Novecento, nel suo passare dalla pittura di figura all’informale, dalla rappresentazione del reale alla più ardita sperimentazione, in breve dalla tradizione all’avanguardia.
Grumo ha dipinto con instancabile vitalità il paesaggio della sua Puglia, rendendo nei suoi colori accesi, nella pennellata densa e materica, nel segno fermo e resoluto la forza inespressa, la violenza, l’energia vibrante e spesso incontrollata che ne agita sotterraneamente la sua superficie.

