Dino Menechini
Ci sono pittori per i quali la realtà è un incontro-scontro: l’adesione diviene impatto, la gioia del possesso rischia di istante in istante la repulsa. Non è questo, del resto, e per loro esplicita ammissione, l’atteggiamento di non pochi scrittori di fronte alla loro città («odiosamata» la chiamano) o, in senso più lato ma sostanzialmente identico, di fronte alla loro regione? Guardate i quadri che Mauro Grumo ha dipinto guardando la Puglia, la terra dove è nato e che si ritrova in ogni sua opera, anche quando il riferimento sembra essere lontano o non esistere affatto (e invece c’è, e si sarebbe anche tentati di dire che c’è con maggior forza proprio là dove meno appare): quei colori decisi e squillanti di interiori vibrazioni appartengono indubbiamente alle Murge, ma voi vi accorgete che Grumo non ha riprodotto pedissequamente il paesaggio, bensì gli è andato incontro ma aggredendolo, spostando il registro del canto elegiaco su quello del grido drammatico: e tutti sanno (non occorre consultare i manuali di psicologia o porsi insolubili problemi di immedesimazione con l’artista) che l’amore ha di questi scatti, di questi accesi e disperati assalti.
Una storia della pittura italiana contemporanea sub specie aeternitatis dell’amore degli artisti per la regione alla quale appartengono per nascita o per adozione o per scelta subitanea o meditata, è ancora tutta da scrivere; ma chi un giorno si accingesse all’impresa, che si rivelerebbe opportuna e illuminante, farebbe opera meritoria e originale. Dalle pagine di quelle per ora ipotetica storia ci verrebbe incontro, insieme con una corale dichiarazione d’amore a più voci, il volto più struggente e genuino del nostro Paese; e giunti al capitolo Puglia, leggeremo sotto il nome di Mauro Grumo, a mo’ di didascalia, l’osservazione che egli è l’interprete più appassionato della realtà geografica e umana pugliese.
Perché è evidente che l’uomo fa parte integrante del paesaggio, è anche la condizione stessa della sua esistenza, la quale senza di lui non avrebbe né significato né valore. Non sempre a buon diritto, l’osservatore d’arte (o fornitore, a voler accettare il linguaggio pseudointelligente e paraermetico di certi critici d’oggi che hanno già meritato la stigmatizzante definizione di «nuovi rètori») diffida dei pittori che non si cimentano con la figura: è indotto al sospetto che il paesaggio e la natura morta siano una sorta di elusione dell’arduo impegno di dar prova delle capacità che fecero illustri i maggiori nomi del passato.


